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RICOSTRUISCI LA MIA CASA" Riflessioni e fiduciose attese dalla Nuova Chiesa del III Millennio.
Nuovo Blocco 4


Senza riposo

Viene a noia, di questi tempi, oltre che l’albero con le palle, anche il presepio con le
stalle. Come se fosse invecchiato, assieme all’abete, all’improvviso anche il prete.
Vien da pensare che il prodotto cristiano sia scaduto, dunque si offra a prezzo di
favore, come se valesse di meno e vada consumato subito, prima che faccia male.
Invece deve farci male, si deve sentire nelle viscere quell’amarezza della Parola fatta
Carne che ci sconvolge, che è indigesta e non ci fa dormire, che non ci culla negli
allori o nei dolori, che ci afferra e non ci lascia finché non è carne in noi. Finché non
fa nascere sulla terra nuovi profeti, perché: «Non vediamo più le nostre insegne, non
ci sono più profeti e tra di noi nessuno sa fino a quando…» (Sal 74,9). Questo
incessante “fare” della Parola che mai si stanca, che scende dal cielo e non vi torna:
«Senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia
il seme al seminatore e pane da mangiare» (Is 55,10), fa meraviglia. Non possiamo
limitarci ad una fuggente preghiera davanti a qualche immagine sacra, o a qualche
sospiro che accompagni la musica del Natale. Dobbiamo essere noi stessi immagini
di quella sacralità e compositori, direttori ed orchestrali dell’opera di Dio. Il nostro
spartito, il punto centrale, ciò che si deve mirare, è sempre e solo Gesù Cristo. In
tempi così, gli scaffali cristiani sono assai poveri e quasi privi di prodotti seri. Ci si
può confondere e si può perdere, oltre al punto di riferimento, anche l’orizzonte. Ma
c’è sempre il modo di far centro; basta non perdere la mira. Quando si diffonde una
voce, magari inattesa e comunque nuova, in genere bella, come la prossima venuta
d’un personaggio importante o di un certo evento, ci si mobilita, si fanno programmi
per non mancare all’incontro. Quando si diffuse la voce del Battista, in quel tempo e
luogo, cominciarono a muoversi. E non solo gli animati da buone intenzioni; anche
quelli che non avrebbero voluto scocciature, si mossero. Sacerdoti e leviti incaricati
d’indagini, con l’attesa del Messia e la preoccupazione d’esser lasciati fuori, di non
vedersi riconosciuto il ruolo. Come quando sta per cadere un governo e si puntella,
si mantiene in piedi anche se non ci si crede, visto che non si sa quello che verrà.
Come quando sta per cadere un’illusione, che magari ci ha sostenuto fino ad allora.
Come quando si continua a giocare a soldi con la speranza di vincere. Ci sono delle
attese sterili, che anche realizzando le nostre aspettative, non portano ad un bene
migliore della vita, ad un bene assoluto, duraturo, di qualità. E ci sono delle attese
feconde, che magari sul momento non ci soddisfano, perché vanno al di là o contro
le nostre idee, ma che ci aiutano a vivere, lentamente e continuamente ci appagano,
rallegrandoci il futuro. Somiglia a quest’ultima categoria, l’attesa del Natale. Come
se fosse automatica, preparata da sola fin dall’eternità. E poi continua a ripetersi, a
disporsi sempre nuova come fosse la prima volta, per il nostro bene assoluto. E c’è
una fecondità recondita, pronta a dispiegarsi in tutta la sua fantasia, in modi vari,
mai identici, come la più incredibile e perfetta opera d’arte. Non siamo neanche noi
degni di sciogliere i legacci dei sandali alla libertà. Non siamo capaci di lasciarla
andare per le nostre strade. Forse ne abbiamo paura. Ma lei cammina scalza, senza
riposo. Si posa però, nei cuori.

FILASTROCCA DEL “FARE”

 

Siamo gente del “fare”. Siamo noi che facciamo la storia.

Siamo andati per monti, e sul mare. Abbiamo una lunga memoria.

Abbiamo solcato la grande pianura. È  nella nostra natura.

Viaggiare, restare, piantare, vedere, sapere, cantare, godere.

Siamo i figli dell’avventura. Noi non abbiamo paura.

Abbiamo “da fare”. Dobbiamo innalzare la grande muraglia.

C’è un fuoco che ci tortura. A noi non importa s’è fuoco di paglia.

Siamo importanti, sapienti, potenti, amanti dei venti.

Non siamo dei santi, ma a volte sembriamo ferventi.

E in quanto a pregare, preghiamo fra i denti.

Abbiamo “un affare”: dobbiamo coglierlo al volo.

Come un uccello che vuole cantare, che canta s’è solo.

Siamo i cultori dell’armonia, pur non sapendo che sia.

Sentiamo la nota di un canto e vogliamo ripeterla all’infinito.

Al solo comando di un dito.

Ci  pare un concerto, nel vuoto silenzio del nostro deserto.

 

Questa è la nostra croce.

Ma oggi una voce ci scuote e strappa la nostra camicia di seta.

Non siamo perduti. Abbiamo un Profeta!