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RICOSTRUISCI LA MIA CASA" Riflessioni e fiduciose attese dalla Nuova Chiesa del III Millennio.
Nuovo Blocco 4


Non può dirci tutto

Siamo diventati tutti “padreterni”. Così pare, a sentire i discorsi di molti di noi che
hanno fatto qualche soldo e con ciò s‟illudono di poter fare il buono e il cattivo
tempo; come se fosse in loro potere, oltre all‟economia, anche la meteorologia. Fra
gli aneddoti dei nostri vecchi preti, che ricordiamo sempre, c‟è anche quello di don
Ersino, parroco dei Barzotti, al quale andarono a chiedere, in tempo di siccità, se si
faceva un triduo di preghiera per far piovere. Rispose: “Io lo faccio, ma il Padreterno
in queste cose fa come gli pare”. Al termine dei tre giorni, visto che la pioggia non
era venuta, tornarono da lui e gli dissero: “Mettiamo fuori il crocifisso, davanti alla
porta della chiesa, nel piombo del sole”. Rispose: “Io ce lo metto, ma il Padreterno
fa sempre come gli pare”. Quando la sera tornarono per riportare in chiesa il
Crocifisso, in legno di pero, videro che s‟era fessurato da capo a piedi. Don Ersino
disse: “Visto? Magari s‟è fatto spaccare la testa, ma non ha fatto piovere”. C‟è una
sapienza antica, in queste cose: quella di chi conosce i propri limiti e sa rientrare in
ogni momento nella sua camicia e nei suoi calzoni, senza rinunciare, con ciò, alla
propria dignità di uomo o al ruolo che uno riveste davanti alla società. E c‟è un modo
di dire ricorrente, tra noi: ”Di questo passo dove andremo a finire?”, che rivela
anche il limite di questa sapienza popolare, dato che mentre si dice, si pensa:
“Dopo di me il diluvio, o il giudizio universale”. Come se il destino dei nostri figli e
del mondo intero dipendesse da noi. Si ha insomma la coscienza che così non si
può andare avanti, ma assieme a questa consapevolezza si coltiva la presuntuosa
idea che senza di noi non si potrà far nulla. A molti pare, per esempio, che dovesse
crollare l‟economia o terminare la democrazia quando cade un governo. Certamente
però, un conto è la nostra morte, un altro conto la fine del mondo. Quando capita di
assistere molte volte agli ultimi istanti della vita di un uomo (s„intende in grado di
conoscere e di volere), capita anche di vedere quanto sia facile, in quei momenti,
confondere i piani delle cose, come se alla propria morte corrispondesse la morte di
tutto il resto. Anche qui la sapienza popolare ha costruito ilsuo proverbio:“Morto io,
morti tutti”. È anche possibile che Gesù al termine della sua vita incarnata abbia
provato le stesse cose; è anche pensabile che la letteratura apocalittica presente
nella Bibbia e altrove, abbia preso le mossa da uomini nelle stesse situazioni, ma
non si potrà con questo nemmeno asserire che la morte, come la fine del mondo,
siano realtà indipendenti e ben separate l‟una dall‟altra. Dato che il mondo, con
tutte le sue cose, c„è stato in origine affidato, la sua vita dipende dalla nostra, come
la nostra dipende dalla sua. Ed è logico quindi pensare che la vita nel suo insieme
sia indivisibile, nel suo passato sia inequivocabile, nel suo presente ineguagliabile,
nel suo futuro, inesprimibile. L‟abbiamo ricevuta, la vita: la dobbiamo amministrare,
la dovremo restituire. C‟è, in questa nostra epoca di “padreterni” più o meno
coscienti o potenti, una stoltezza diffusa che dobbiamo combattere: quella di chi
conosce i frutti e s‟illude di conoscere anche i tempi, mentre invece basta una
stagione a rovescio per farci capire che né gli uni né gli altri sono sicuri e non sono
mai eterni. In questo il Padre non può dirci tutto, ma, come dice il Salmo 89:
“Insegnaci Signore, a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore”.