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RICOSTRUISCI LA MIA CASA" Riflessioni e fiduciose attese dalla Nuova Chiesa del III Millennio.
Nuovo Blocco 4


Guardandoci bene

DALL’ALBERO DELLA VITA

COMMENTI INEDITI AL VANGELO DELLA DOMENICA

Domenica 9 Dicembre

Se fosse stato un divo del nostro tempo, a Giovanni Battista, nell’anno in cui gli fu
affidato il copione e la parte di quel film che è il Vangelo, avrebbe forse vinto l’Oscar
del miglior interprete, o quello dell’attore protagonista e forse quello della migliore
sceneggiatura e della colonna sonora, ma non certo l’Oscar alla carriera. Scriveva
Albert-Marie Besnard: “Il più grande dei profeti è stato trattato da quel Dio, che
pure l’amava, come non viene trattato neppure il più piccolo del regno dei cieli.
Questo privilegiato del Signore non è stato affatto oggetto di speciali privilegi da
parte del Signore. Non ha avuto il suo Tabor come Pietro, il suo terzo cielo come
Paolo, non ha gustato alcun vino, neppure quello dello Spirito di cui, dopo di lui, si
sono inebriati tutti i figli del regno. Amava Gesù quanto Giovanni, il discepolo
prediletto; amava Gesù, ma Giovanni l’apostolo ha posato il suo capo sul petto
dell’amico, Giovanni il Battista non ha avuto che una sola volta l’indicibile gioia di
levare lo sguardo sulsuo amico. Profeta dell’attesa e della rinuncia, è stato colmato
nella sua rinuncia perché ha udito la voce dello sposo, ma questa voce non si
rivolgeva a lui e lo sposo viveva per altri… Il rigore e lo spogliamento della vita del
Battista, questo deserto implacabile, che fu la sua unica dimora, ci spaventano se
ne misuriamo l’intensità, l’immensità. Bisognava essere Dio per concepire tale
destino e proporlo a un uomo, per osare domandargli tale nascondimento, tale
passione, prima che il ricordo della passione di Cristo potesse addolcirne la
sofferenza e illuminarne la notte”. Eppure è questa la caratteristica del profeta di
sempre: non vedere proprio niente, ma vederci chiaro; non saper niente, ma sapersi
conosciuto; non cercare niente, ma sentirsi cercato; non provare niente, ma trovarsi
provato, colto, rapito, sconvolto. Esattamente come se la vita non fosse più sua, ma
forse lo era mai stata? Come se la dimensione dell’essere in sé e fuori di sé vada
inventata ogni momento e non ci sia un’unità di misura propria, personale, tranne
quella che Dio stabilisce per lui. Dove guardare dunque? Dentro l’anima non si può,
perché lo Spirito che l’abita non vuol’essere visto; nel proprio corpo non conviene,
perché ci albergano troppi istinti; nel mondo intorno non si deve più di tanto, perché
somiglia ad un deserto. Dove guardare per ingannar l’attesa di ciò che deve venire e
colmare la speranza? L’attesa non è, come spesso si dice, la virtù che si oppone alla
fretta che l’uomo ha di vedere realizzati i suoi progetti. È piuttosto la fretta di una
virtù che vuol farsi largo e vuol dare spazio ai progetti di Dio, che a tempo debito si
realizzeranno. Mantenere viva la speranza non vuol dire colmarla, ma piuttosto è
calmarla, dato che non possiamo neanche immaginare cosa Dio spera per noi, cosa
mai spera da noi. La speranza poi, come tutte le altre, è una virtù incolmabile e
incontrollabile. Va resa abitabile, perché spesso chi la possiede non la riveste: è
come una bambola nuda. La speranza è come una di quelle vecchie bambole che
quando si rovescia piange. Dire che si deve esser gente di speranza e d’attesa,
prima del Natale, è come dire che il Natale che verrà sarà uguale agli altri, che il
Signore che nascerà sarà ancora quello degli altri, che il profeta cristiano che dorme
in noi non si dovrà svegliare. E se uno prova a dire qualcosa è come una voce che
grida nel deserto. Pare che non ci sia più niente da preparare. Guardandoci bene, la
nostra offerta natalizia somiglia a quei prodotti“tre per due”, che non ci servono.