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RICOSTRUISCI LA MIA CASA" Riflessioni e fiduciose attese dalla Nuova Chiesa del III Millennio.
Nuovo Blocco 4


Ci sono ben altre attese

DALL’ALBERO DELLA VITA

COMMENTI INEDITI AL VANGELO DELLA DOMENICA

Domenica 2 Dicembre

Padre Turoldo raccontava che un giorno era solo e stava passeggiando nel sagrato
della sua abbazia di S. Egidio, a Sotto il Monte, quando arrivò una signorina e gli
disse: “Padre, ho bisogno di parlare con lei”; rispose: “Dica, vediamo!”. Ma lei: “No,
no, vorrei parlare riservatamente”. “Va bene!”, dice lui. La portò in abbazia, chiuse
la porta : “Mi dica”. Era una signorina sui ventisette anni, carina, graziosa insomma.
Lei comincia con molta fatica. Allora lui la incoraggia:“Guardi che io di segreti ne
ho, ne conosco, stia pur tranquilla anche lei”. Poi si decide: “Padre, sono incinta”.
“Oh, – dice lui -, non sarà né la prima né l’ultima!”. Risponde: “Eh, no Padre, io sono
incinta e attendo il nuovo Messia”. Al che le dice:“Oh, Madonna! Per chi crede tutto
è possibile, è scritto anche nel Vangelo. Io in queste cose non entro mai in merito,
perché ho chiesto sempre che la mia vita sia piuttosto normale, il più normale
possibile. Io non dico che è vero o non è vero, per carità, ma le chiedo solo un
favore: siccome sono ancora in contrasto con il primo e non sono sicuro se l’ho
ancora accolto e accettato, immaginarsi se sto aspettando il secondo. Guardi, mi
faccia un favore: lo attenda pure, ma vada a partorire altrove” Se ne andò e non la
vide più, non ne seppe più niente. Al di là del fatto, la risposta del P. Turoldo è da
prendersi sul serio in questa prima Domenica di Avvento, non tanto per il ritorno del
Signore, quanto per la nostra reale capacità di accoglierlo; siamo stati capaci di
tanto finora? Lo saremo ancora? Oppure aveva ragione Teilhard de Chardin a dire:
“L’Avvento è la continua attesa del Messia e del Liberatore, ma ho paura che i
cattolici non attendono più nessuno”. Dicono che oggi non si attende più niente, che
specialmente i nostri giovani, anche perché hanno già tanto, non sanno nemmeno
immaginare il loro futuro, ed è per questo che sprecano così facilmente il presente:
nei paradisi artificiali, o negli inferni reali. Ma mi domando, a un mese scarso dal
Natale: “Io, che cosa attendo?”. Non è per mettere insieme le due cose: la morte e
la fine del mondo, che poi coincidono davvero, ma è perché questa è stata l’attesa
dei miei vecchi, nei loro ultimi tempi. “Adesso basta, ho faticato il giusto, non mi fa
più gola niente; è ora che il Padreterno mi raccolga”. È chiaro che questo significa,
come scriveva Bonhoeffer: “Fai i conti con la tua vita. E significa ancora che il
momento della morte ti piomberà addosso con certezza. […] La morte esterna è un
nemico orribile, che si avvicina a noi quando vuole. È il falciatore sotto i cui colpi il
fiore viene reciso. […] Ma una cosa è la morte in noi e un’altra è la nostra propria
morte. Noi moriamo quotidianamente in Gesù Cristo, oppure rifiutiamo di farlo.
Questa morte in noi ha qualcosa a che fare con l’amore di Cristo e degli uomini. […]
Che la morte esterna arrivi quando siamo preparati a essa da questa morte
interiore, questa dev’essere la nostra preghiera; allora la nostra morte è realmente il
passaggio all’amore perfetto di Dio”. Questo all’ultimo, ma intanto c’è il penultimo.
Ci sono i nostri amori e i nostri dolori, i nostri pensieri e i nostri desideri, che non
sempre sono gli stessi di Dio. E ci sono ben altre attese… Fra le tante, la più
aderente al clima spirituale dell’Avvento può essere proprio la medesima della
giovane capitata a Padre Turoldo. Siamo tutti squilibrati. Siamo tutti incinti, come
Chiesa, delsempre nuovo Messia. Lo vogliamo e speriamo di partorirlo proprio qui.